Negli ultimi giorni ha spopolato la nuova funzionalità di ChatGPT che trasforma le immagini nella loro versione Studio Ghibli. Tra difensori e detrattori, sono circolate le parole del Sensei Miyazaki sull’IA; peccato fossero estratte da un documentario del 2016…
C’è poco da fare: quando l’Intelligenza Artificiale (che sia ChatGPT o altri) tira fuori una novità che riguarda le immagini, si scatena un trend. Era già successo con una delle prime versioni, è ricapitato qualche settimana fa, quando (quasi) tutte le foto profilo di Instagram sembravano uscite da un book fotografico.
E di nuovo è successo in questi giorni, con la studioghiblizzazione di qualunque cosa, dalle immagini storiche ai meme (piccola nota: in quest’articolo si è scelto di non usare nessuna di queste foto, come forma di rispetto verso gli artisti).
Non c’è voluto molto perché la voce del Sensei Hayao Miyazaki, il creatore di molte di quelle opere d’arte a nome Studio Ghibli, si facesse sentire. Peccato però che fosse una voce “registrata” nel 2016…
Il documentario Never-Ending Man: Hayao Miyazaki
Proprio nel 2016, infatti, venne girato il documentario Never-Ending Man: Hayao Miyazaki, in cui si mostrava la lavorazione del cortometraggio Kemushi no Boro, destinato a essere proiettato al Museo Ghibli a partire dal 2018.
Nel documentario, il Sensei Miyazaki si schierava con parole forti contro l’Intelligenza Artificiale:
«È veramente disgustoso. Chiunque è libero di fare queste cose ributtanti, se lo desidera, ma non voglio che entrino a far parte del nostro lavoro. A mio parere questo è un vero affronto alla vita».
Kemushi no Boro è stato il primo caso in cui Miyazaki abbia utilizzato in parte l’animazione al computer per creare un personaggio – in questo caso, il principale; dopo uno scetticismo iniziale, nel corso del documentario lo si vede ammorbidirsi progressivamente e prendere confidenza con la nuova tecnica, che permetterebbe di «realizzare cose che non potrei mai disegnare a mano».
Certo, il rischio che si creino mostruosità è dietro l’angolo.
Nello stesso cortometraggio, infatti, gli viene mostrato un progetto parallelo che avrebbe come obiettivo quello di creare «una macchina che possa disegnare come una persona». Ed è lì che Miyazaki s’indigna, in particolare di fronte ad alcune immagini stranianti create dall’IA per un videogioco horror:
«Chi crea queste cose non considera che esista anche il dolore.»
Un’indignazione che quindi ha molto a che vedere con la tematica dell’impiego dell’IA in generale, e nulla con la polemica di questi giorni. Una risposta fake, così come pare esserlo la lettera di diffida che Studio Ghibli avrebbe inviato a Open AI: non si hanno infatti conferme in questo senso da nessuna delle parti coinvolte.
È forse questo uno dei punti da mettere a fuoco maggiormente: nell’epoca del fake – dalle news, ai personaggi – abbiamo gli strumenti per distinguere ciò che è reale da ciò che non lo è? E possediamo la capacità di notarne le differenze qualitative, se si tratta di prodotti destinati al pubblico?
Perché, dopotutto, l’IA utilizzata coscienziosamente potrebbe essere un valido aiuto in tutti i settori, inclusi quelli creativi, purché non vada a sostituire la componente umana, la vera scintilla creativa che dà spessore e anima all’arte (che probabilmente è ciò che il Sensei Miyazaki intende, tra le altre cose).
Concludiamo prendendo in prestito le parole dell’articolo di Antonio Dini apparso su Fumettologica qualche giorno fa, che osserva:
«Siamo di fronte a un omaggio o a un’appropriazione indebita? L’industria del fumetto e dell’animazione osserva ormai da tempo gli sviluppi delle AI con interesse misto a preoccupazione, muovendosi anche per trovare una soluzione.
Da un lato, la riconoscibilità dello stile Ghibli dimostra come abbiamo detto sopra il suo impatto culturale che non può passare inosservato; dall’altro, la facilità con cui viene replicato apre interrogativi sui diritti e sul futuro della creatività umana.
Come spesso accade con l’AI, navighiamo in una zona grigia del copyright: lo stile artistico non è esplicitamente protetto, ma quante immagini dei film Ghibli saranno state utilizzate per addestrare il modello? (Spoiler alert: una montagna).»
Non sta a noi fornire una risposta – soprattutto perché non ce n’è una – ma ci auguriamo che l’IA diventi strumento a supporto di e non in sostituzione di, qualcosa che possa aiutare gli artisti a svolgere più rapidamente quelle attività a basso valore aggiunto.
Anche se, a rifletterci bene, forse sono proprio quelle attività ripetitive e apparentemente inutili che ti mettono l’arte nelle mani…
Voi che ne pensate? Diteci la vostra!
Fonte: Fumettologica